
Un laboratorio in cui etnia, genialità, etica e risparmio
concorrono a spostare sempre più avanti
la frontiera del fare e del produrre.
Massimo Tedeschi
"L'immediata osservazione di sé non basta affatto a conoscere
se
stessi: ci occorre la Storia, poiché il passato continua a fluire in
noi in cento onde; noi stessi non siamo nulla se non quello che istante
per istante percepiamo di questo fluire" (Nietzsche).
Viviamo nell'età della globalizzazione, anni in cui vediamo affermarsi
un universo di immagini e di riproduzioni tecniche sempre più
spersonalizzate, ci troviamo alla ricerca della ri-autentificazione
degli originali e ci rendiamo conto che per farlo abbiamo bisogno di
tornare alle origini, di emergere dall' "oceano telematico" che ci
circonda, che cancella tempo e spazio, per ritornare ad aggrapparci
alle proprie radici e a privilegiare la nostra identità.
Questo significa semplicemente ricordarsi che la storia di nonni e
genitori ha valore pedagogico ed è fondamento del nostro essere, è
questa la base che ci permetterà d'essere persone in grado di
trasmettere ai nostri figli, alle generazioni future, i nostri valori,
i nostri pilastri che ci permettono di affacciarci al mondo con occhio
pronto.
Importante è la testimonianza di Belfanti in Due secoli di storia del distretto industriale di Lumezzane (1996):
Oggi il distretto industriale di Lumezzane, con le sue duemila imprese e diecimila addetti, rappresenta uno dei casi più significativi di imprenditorialità diffusa nella realtà italiana dei distretti industriali. I numeri che definiscono il profilo attuale dell'area valgobbina bastano da soli a metterne in evidenza l'importanza e la peculiarità. Vi è un ulteriore carattere che contribuisce a rendere originale l'esperienza del distretto industriale di Lumezzane: la sua vicenda secolare. Il peso di secoli di storia, segnati dall'alternarsi di sostenute espansioni e di repentine riconversioni, traspare nella continuità delle specializzazioni produttive, pur nella costante attenzione all'innovazione, nella longevità delle dinastie imprenditoriali e delle imprese familiari, nell'inesauribile vocazione imprenditoriale del ceto artigianale.
La storia ci insegna che il popolo lumezzanese è da sempre ricco di spirito d'indipendenza, dedito alla religiosità del lavoro e mai mancante di arguzia tecnologica.
Inquadramento geografico
Risalendo la strada della Val Trompia, da Brescia verso nord, a circa 15 chilometri dal capoluogo provinciale, si trova la località Crocevia; in questo punto, a destra venendo da Brescia, si apre una valle, la quale si estende per 8 chilometri, percorsa da una strada che attraversa vari centri abitati: è questa l'industriosa Valle di Lumezzane.
Inquadramento storico
Le origini del paese si perdono come quelle in genere di tutti i
piccoli centri nella lontananza dei tempi, sono storie difficilmente
ricostruibili a causa di limitati reperti esaminabili.
Si ipotizza, però, che nell'area valtrumplina trovassero rifugio alcune
tribù liguri e probabilmente gli Etruschi, esperti conoscitori fin
dall'antichità dell'arte di lavorare i metalli (Pellegrini, 1949).
Prima ancora dell'avvento romano c'è la certezza che le miniere di
rame, zinco, piombo e ferro fossero attive, e che i triumplini fossero
in grado di produrre e commerciare utensili e armi (Paolillo, 1988).
Possiamo ricordare ciò che afferma Giulio Cesare, nel suo De Bello
Gallico, quando cita le popolazioni che vivevano nei nostri territori:
"Ipsorum lingua Celti nostra Galli appellantur", probabilmente si
riferisce all'invasione Celtica del IV sec. a.C., ma questo non ci
permette di sapere di chi narrasse. Lumezzane era dunque una valle
ricca di legname e d'acqua, tanto che i Romani costruirono l'acquedotto
che dalla valle giungeva fino a Brescia per una lunghezza di circa 25
chilometri. Ancora oggi le testimonianze sono visibili grazie alla
presenza di alcuni tratti dell'originale acquedotto; testimonianze
rimaste anche nei toponimi: Fonte Nona, Hèteme, Hehàne, Fonte Fano,
denominazioni romane che rivelano come la varie fonti fossero state
numerate, mentre la fonte Fano ricorda la presenza di un tempietto
(Bonomi, 2003).
Alcuni rilevano che la vocazione valtrumplina e
lumezzanese nei confronti della lavorazione dei metalli fosse da
attribuire alla presenza dei "damnati ad metalla", ovvero i condannati
all'estrazione del ferro dalle montagne della Valtrompia. Resta però
valida l'idea che i minatori ci fossero e, secondo costume romano, il
poco piacevole mestiere era compito degli schiavi. Caduto nel 476 d.C.
l'impero Romano d'occidente, i lumezzanesi passarono sotto il dominio
dei Goti, dei Longobardi ed infine dei Franchi. Di grande fascino è
stato ripercorrere nel dettaglio gli avvenimenti che il Pellegrini
narra, talvolta con passaggi romanzeschi, nel suo "Lumezzane".
Nell'ottavo secolo d.C. alcuni documenti ci permettono di ricostruire
un passaggio storico rilevante per comprendere le origini e il forte
temperamento diffuso nella valle ancora oggi. Può essere utile
evidenziare episodi dai quali è possibile individuare i caratteri delle
genti di Lumezzane: certamente non arrendevoli, ma piuttosto fieri,
talvolta bellicosi, comunque sempre tenaci nella difesa del proprio
territorio, dell'organizzazione sociale e delle attività che andavano
radicandosi (Paolillo, Tedeschi, 1988).
Secondo lo storico Ridolfo Notaio in quel periodo una durissima crisi
colpì le vallate del Trentino in modo da spingere quelle popolazioni,
seguendo le consuetudini dei barbari, verso le pianure lombarde. Il
loro passaggio era segnato da rapine, saccheggi e distruzione.
Raggiunsero anche la vicina valle Sabbia conquistando Bione e Agnosine.
I lumezzanesi, venuti a conoscenza dell'imminente invasione grazie ad
alcuni pastori, si organizzarono nell'arco di pochi giorni e sotto la
guida di Tiburzio de' Bossini (definito uomo stimato e audace)
riuscirono ad affrontare, fermare e respinger l'avanzata barbarica
difendendo "la Chiesa, i sacri tesori e il paese". Interessante e
coinvolgente è la descrizione del maestro Andrea Pellegrini (1949):
I valligiani atti alle armi erano circa trecento mentre i rapinatori potevano, escluse le donne e i fanciulli, contare su circa duemilacinquecento combattenti. Alto però era lo spirito guerriero dei valligiani e forte la loro fede religiosa che li portava ad affrontare un nemico di gran lunga superiore, sicuri che Dio avrebbe benedetto la loro impresa.[…] Vittoria completa adunque per i valligiani, che però, a quanto dice Ridolfo Notaio, furono un po' troppo crudeli potendo vincere con minore strage di sangue.
Questo particolare evento dimostra
come fosse già ben radicato il sentimento religioso e la volontà di
superare con le proprie forze qualsiasi tipo di avversità.
Nel 1427, durante il periodo della Serenissima Repubblica di Venezia,
il Doge Francesco Foscari aveva affidato la Valgobbia, in Feudo, al
nobile Pietro Avogadro per onorare il suo aiuto nella lotta contro i
Visconti, signori milanesi sino a metà ‘400. (Davoli, 2000) I paesi
limitrofi sono però gelosi dei privilegi concessi e cercano di
screditare i valtrumplini presso il governo della Serenissima.
(Pellegrini, 1949) La presenza del feudatario provocò un isolamento
delle Valgobbia dal resto della zona, infatti il Lucchini afferma: "
due gravi disavventure ebbe Lumezzane nei secoli che vanno dal 1400 al
1800: fu infeudato alla famiglia Avogadro e non ebbe mai statuti
propri. Da tale data e per molti secoli, Lumezzane divenne un'isola
felice senza veri contatti e legami con la città di Brescia né con la
comunità della Valtrompia perché dominio del padrone feudatario.
Il documento di Giovanni da Lezze, Podestà di Brescia e alto
funzionario della Repubblica veneziana, scritto nel 1609, è la
testimonianza storica più rilevante e precisa sulla situazione umana ed
economica sulla gente laboriosa di Lumezzane. Il documento propone
alcune descrizioni interessanti riguardanti la presenza di attività
artigianali: questi elementi rilevarono caratteristiche determinanti
nella formazione futura del distretto industriale. La città di Brescia
e il territorio circostante rimasero sotto il dominio veneto fino al
1797, anno nel quale Napoleone Bonaparte costituì la Repubblica
Cisalpina, unendo le città lombarde con quelle emiliane (Pellegrini,
1949). Venezia perse la sua indipendenza e fu annessa all'Austria.
Sotto il dominio napoleonico, l'industria valtrumplina e lumezzanese
attraversò momenti difficili a causa di una diffusa instabilità
provocata dalle continue guerre. Inoltre la situazione fu aggravata da
catastrofi naturali come l'esondazione del Mella e dei suoi affluenti
nel 1738 e nel 1757 (Paolillo, Tedeschi, 1988).
Dopo la caduta di Napoleone le nostre valli, come tutti i territori
italiani, passarono sotto la giurisdizione austriaca e il lombardo
veneto fu controllato grazie alla presenza di un governatore a Milano.
Dal 1860 iniziò quel processo di unificazione nazionale che portò alla
concreta esigenza di un rafforzamento della struttura militare del
Regno. Questo intricato periodo storico portò giovamento all'industria
della valle: a Gardone fu istituita una Regia Fabbrica d'Armi (la
quarta per importanza), a Villa Carcina Glisenti aprì il suo opificio
di armi da fuoco e proiettili, a Lumezzane Gnutti cominciò a produrre
coltellerie e per l'esercito sciabole, baionette.
Lo sviluppo nel '900
Una popolazione complessiva di seimila abitanti, occupata principalmente in lavori nelle varie officine sul fondovalle, azionate con l'energia idraulica del torrente Gobbia, forme di agricoltura montana, con bestie, animali da cortile e legna impegnavano i pochi addetti. Una povertà sostanzialmente diffusa, ma con figure di imprenditori già ben disegnate e benestanti.
In questo modo Bonomi E.
(1995) descrive la Lumezzane di inizio Novecento.
Il ‘900 merita una valutazione e un'analisi particolare perché è da
esso che trova sostanza e struttura l'odierna organizzazione produttiva
e sociale del territorio. Tuttavia è ancora storia troppo intricata per
permettere una semplice schematizzazione rispetto alle varie
interpretazioni, spesso non univoche, sulla descrizione dello sviluppo
di un'area dalla quale hanno avuto origine processi industriali tra i
più rilevanti in Italia (Paolillo, Tedeschi, 1988).
Il "fenomeno
Lumezzane", nonostante sia venuto alla ribalta grazie al boom economico
degli anni'70, ha origini ben più lontane; due gli aspetti fondamentali
a supporto di questa tesi, ossia la laboriosità e il modo di produrre
Due periodi di crisi hanno segnato gli ultimi cinquant'anni del
Novecento: tra il 1964 e 1965 e nei primi anni Ottanta. In entrambi i
casi Lumezzane è riuscita a rialzarsi e attraversare indenne la
difficoltà. La forza era data dalla flessibilità della lavorazione,
infatti i metalli fusi possono assumere qualsiasi forma e quindi era
necessario cambiare lo stampo senza dover investire in nuovi
macchinari, pur innovando le tecnologie (Bonomi, 2003).
Il sistema Lumezzane
Numerosi giornalisti e scrittori hanno trattato il sistema Lumezzane in varie occasioni al fine di individuare i tratti essenziali del sistema e della popolazione di Lumezzane, in considerazione di questo è interessante riportarne alcuni. Il giornalista Giorgio Bocca così espone in una famosa guida il "fenomeno" Lumezzane:
Lumezzane, signori, per togliervi il gusto di vedere come l'industria possa crescere nei luoghi più inadatti all'industria. Dunque Lumezzane, cioè una valle alpina da capre, pendii, precipizi, un torrentaccio che schiuma al fondo di rocce nere, una strada che va su a tornanti maledetti e duecentocinquanta fabbriche messe una sopra l'altra, Dio sa come, ogni anno, dieci o venti in più, arrocate sempre più in alto, fumo e bagliori rossastri nell'aria di cristallo, fumaioli che hanno per sfondo delle creste innevate (citato in Paolillo 1988).
Guido Piovene in una delle sue opere più famose (Viaggio in Italia,1957) descriveva la Val Gobbia e Lumezzane luogo dove "la metallurgia diviene rapimento, pensiero fisso collettivo":
Una borgata di montagna quasi tutta nuova ha qualche cosa del
giocattolo; figuriamoci Lumezzane, dove si vive come Pinocchio nel
paese dei balocchi inebriati non di giostre e di dolci, ma di macchine
tornitrici, fresatrici, e via dicendo. Anche qui i ragazzini scappano
dalla scuola, ma per andare alle macchine di nascosto, con la
complicità degli operai che fanno in modo di nasconderli al padre.
Lumezzane in Val Gobbia è il più sorprendente caso di americanismo
ch'io abbia incontrato in Italia; le leggi della nostra pigra vita
economica qui sembrano sovvertite. Gli operai vengono quasi tutti da
fuori, ma è legge generale che si stacchino presto dall'industria dove
lavorano e mettano su un'officina. E' una continua rotazione, chi sale
e diventa padrone, chi ritorna operaio. Padroni e operai poi sono della
stessa pasta, identici per origine, passione, gergo, abitudini. I
padroni ed i loro figli lavorano tutti alle macchine anche se hanno
centinaia di dipendenti.
Nei giorni della Fiera, la domenica, mezza
Lumezzane è a Milano, e i bambini torturano i grandi di domande, non
sulle bestie feroci e i campionati sportivi, ma sulle novità meccaniche
(cairoli.simplicissimus.it/).
Lorenzo Cairoli, giornalista, contestualizza e aggiorna alcuni elementi già presenti nell'opera di Piovene:
50 anni dopo Lumezzane è cambiata profondamente; dopo uno sviluppo impetuoso che ha conosciuto crisi drammatiche, è tracollata negli anni settanta e negli anni ottanta, ha pagato dazio pesante nell'industria siderurgica, ha subito la concorrenza spietata di paesi emergenti in settori produttivi a bassa tecnologia e bassa qualità del prodotto, però i bambini di ieri, quelli che torturavano i grandi con domande sulle novità meccaniche, oggi hanno figli e nipoti che come loro vivono la metallurgia come rapimento, come pensiero fisso collettivo. Gli operai continuano sempre a venire da fuori, anche se il ‘fuori' cinquanta anni dopo, più che in chilometri si misura in fusi orari, ma i rumeni e i ghanesi, i senegalesi e i marocchini, non sognano sogni diversi da chi li ha preceduti. Staccarsi, mettersi in proprio, diventare padroni. Nelle prime pagine che Piovene dedica a Brescia, ci sono i bresciani esattamente come li conosco io, aspri, caparbi, grandi lavoratori, patiti della caccia e innamorati dei motori (cairoli.simplicissimus.it/).
Lo schema ricchezze consolidate-costi sociali elevati è parzialmente
vero: non consente di capire una società e una vicenda che hanno altri
"grovigli" nello stupefacente esito del breve e esplosivo percorso
evolutivo dalla disperazione alla ricchezza. Che i lumezzanesi siano i
giapponesi d'Europa, o viceversa come dichiarano in valle, non è
sufficiente per comprendere una cultura, ma è necessario approfondire
l'analisi e addentrarsi nell'anima lumezzanese. Ad uno sguardo più
attento la bolgia dantesca urbana diviene quasi un modello: officine,
case e officine-case sono addossate una accanto all'altra senza neanche
lo spazio di un respiro. Dentro la stupefacente e incredibile
laboriosità c'è una cultura tecnica vincente, il riscatto che ha
consentito la crescita; dentro l'identità etnica c'è la forza di
un'ininterrotta moralità che discende e risale i rami familiari. Per
spiare nell'anima di questa gente bisogna entrare nelle loro case, ma
solo per guardare dalle loro finestre, verso il monte, le forme
dissonanti dei fianchi della valle, rocce grigie e bosco verde, forte e
compatto, rimasto intaccato dalla densa urbanizzazione. Sono gli
scenari che da sempre hanno segnato i perimetri del mondo lumezzanese
senza impedirne il travalicamento: confini di protezione, non di
prigionia.
Non una Silicon Valley occupata improvvisamente, ma fratte, pianori,
valloncelli ridisegnati, riempiti, riequilibrati da un lavoro minuto,
costante sulla propria pezza di terra che ha preso valore, che è
diventata produttiva per forza di braccia e di cervelli affinati dai
bisogni e dalle crisi (Fruner in Zanetti, 1990). Fruner ricorda che per
farsi vicini ai lumezzanesi non serve osservarli dal di fuori,
apparirebbero forse troppo spavaldi e non degni di nota, ma, se,
superata la prima barriera, si riesce ad entrare più in profondità,
avvicinandosi all'intimità delle case, delle officine, si nota subito
che sono le une appoggiate alle altre, senza lo spazio di un respiro,
esteriormente metafora concreta di sostegno, complicità e solidarietà
presenti tra le famiglie locali. Le forme dissonanti dei fianchi della
valle decorate dal bosco verde, forte e compatto, per lungo tempo unica
fonte di sostentamento, ricordano come Lumezzane "sia divenuta ubertosa
per forza di braccia e di cervelli affinati dai bisogni e dalle crisi",
e che è solo grazie alla dedizione di tutta la comunità se oggi si è
raggiunto il «buon vivere».
Le origini dell'essere Lumezzane
Becattini definisce il distretto industriale come "una entità socio-territoriale caratterizzata dalla compresenza attiva in un'area territoriale circoscritta, naturalisticamente e storicamente determinata, di una comunità di persone e di una popolazione di imprese industriali. Nel distretto, a differenza di quanto accade in altri ambienti (ad esempio la città manifatturiera), la comunità e le imprese tendono, per così dire, ad interpenetrarsi a vicenda". Lumezzane in base a questa definizione può rappresentare il tipico esempio di distretto industriale marshalliano.
Il territorio
Sarebbe ridondante riprendere tutti i concetti riguardanti il
territorio fino ad ora affrontati, basti riassumere l'importanza del
terreno, pianori e montagne (ripetutamente abbiamo ricordato essere
fonte primaria di sostentamento), e l'insostituibilità del torrente
Gobbia, oggi ormai inutile in termini energetici.
La famiglia
È impossibile anche solo pensare che sia probabile ricostruire il
successo economico di Lumezzane senza ricondursi alla prima cellula
fondamentale della vita sociale, la famiglia, depositaria della
funzioni economiche di base, che per questo risultano compenetrate da
valori e dai vincoli informali (Provasi, 1995). Seppur possa sembrare
un' organizzazione di scarsa modernizzazione la famiglia è stata la
prima a mettersi in gioco alla ricerca della mediazione tra tradizione
e sviluppo attraverso il cambiamento.
La comunità
I valori di onestà e credibilità personale, che alimentano la reciproca
fiducia all'interno della comunità, sono garantiti dagli stretti
rapporti interfamigliari, che diventano ancora di salvataggio nella
tutela del discernimento.
Fondamentale è la presenza, nella vita quotidiana, di una mentalità
cattolica ben ancorata: "l'eccezionalità dello sviluppo è possibile
indicarla anche grazie al rapporto solidale tra Chiesa e impresa,
autorità spirituale e potere economico, etica cattolica e spirito del
capitalismo. La casa, l'azienda, il campanile sono state le coordinate
esistenziali di una generazione di imprenditori."
La fabbrica
Provasi sottolinea come la fabbrica sia "il principale canale di
mobilità sociale e un' istituzione che con i suoi incentivi rafforza i
valori tradizionali della comunità". A Lumezzane infatti si è arrivati
ad ottenere un difficile equilibrio tra elementi tradizionali e
moderni, che si sono adattati reciprocamente senza erodersi o
condizionarsi in negativo. Il lavoro e l'imprenditorialità, come più
volte rimembrato, vengono intesi sia come abilità tecnica e
commerciale, sia come valori unificante. Per spiegare le abilità
manuali intendiamo far riferimento a quei processi storici che hanno
permesso di individuare nell'attrezzistica e nella meccanica la
genialità dell'imprenditore lumezzanese.
Lumezzane nel futuro
Si ipotizza la costruzione di un sistema di governo che sappia gestire
consapevolmente e non subire passivamente i delicati equilibri tra
competizione e cooperazione. Questa soluzione potrebbe essere tentata
proprio da quell'élite economica di cui si avvertono i primi deboli
segnali di affermazione. Si spera che Lumezzane sappia andare oltre gli
interessi economici immediati, puntando ad una soluzione sociale di più
ampio respiro, si potranno in quel caso valorizzare modernamente i
punti di forza della società, delle alleanze imprenditoriali e della
stessa cultura, costruendo insieme un efficace sistema (Provasi, 1995).
L'esperienza di Lumezzane ci può insegnare come un alta propensione
imprenditiva sia il risultato di diversi fattori, alcuni favorevoli
alla spontaneità e all'opportunismo di mercato, altri alla cooperazione
e alla fiducia sociale, e come il mix di tali fattori debba
necessariamente evolvere nel tempo in funzione delle sfide esterne e
della maturazione della cultura interna (Provasi,1995).
Forse è la sfida più impegnativa, ma se gli elementi sopra descritti
pongono le basi e creano un ambiente attento, si potranno instaurare
comportamenti ecologicamente e umanamente virtuosi e i risultati
potranno essere sicuramente gratificanti. Forse il primo passo affinché
si possano verificare questi comportamenti è riscoprire il vero
significato dei valori che hanno permesso a Lumezzane di raggiungere
importanti successi imprenditoriali, contestualizzarli e applicarli non
solo in campo economico, ma tradurli attraverso una consapevole
sensibilità etica e ambientale.
A sostegno di questo è utile riportare un'osservazione di Alexis de
Tocqueville sulla mentalità americana che individua perfettamente il
modo con cui i lumezzanesi vivono la propria cultura (citato in Provasi
1995):
Negli Stati Uniti non si dice quasi mai che la virtù è bella: si sostiene che è utile e lo si dimostra ogni giorno.